22-03-2015

Giornata Mondiale dell'Acqua

 XXII° GIORNATA MONDIALE DELL’ACQUA
In occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua, la redazione di carriereinternazionali.com vorrebbe condividere con voi alcune riflessioni sul destino di questa, è il caso di dirlo, vitale risorsa.
Il World Water Day si celebra ogni 22 Marzo, grazie all’impegno degli stati membri delle Nazioni Unite, i quali, riuniti in Assemblea Generale, nel 1992 fissarono la data del 22 marzo 1993 prima Giornata Mondiale dell’Acqua. Nel 1992, la Conferenza di Rio (United Nations Conference on Environment and Developmen, UNCED) aveva già riconosciuto, con l’avvio dell’Agenda 21, la necessità di tributare all’acqua una Giornata Mondiale, così da ricordare a tutti i paesi come l’implementazione dell'Agenda dovesse necessariamente comprendere interventi a livello internazionale, ma anche nazionale, regionale e locale, attraverso i Local Agenda 21. L’Italia è uno di questi.
Nel 2003, è stato inoltre avviato un meccanismo di coordinamento inter-agenzie, UN-Water, una sorta di piattaforma per affrontare in maniera trasversale i problemi delle risorse idriche, dalla gestione ai procedimenti di depurazione e trattamento, fino all’utilizzo da parte degli utenti. A seguito della firma della Dichiarazione del Millennioda parte degli allora 191 paesi membri dell’ONU, ha incentivato la collaborazione e la cooperazione per raggiungere il target “dimezzare entro il 2015 la percentuale di persone che non ha accesso all'acqua potabile e agli impianti igienici di base”.
Di fronte alle immani risorse idriche che il nostro pianeta sembra possedere (il 71% della superficia è ricoperta di acqua) com’è possibile ogni anno dai 6 agli 8 milioni di persone muoiano di morti per la mancanza d’acqua e per le malattie ad essa collegate? In un pianeta blu, può davvero accadere che 783 milioni di persone non abbiano tuttora accesso all’acqua potabile?
Il punto è che il 97,5% di questa immensa superficie d’acqua è salato, e del restante 2,5%, più della metà si trova sotto forma di ghiacciai o imprigionato nel sottosuolo. Riassumendo, agli esseri umani resta anche meno di uno sparuto 1% da utilizzare per coprire il loro immenso fabbisogno.
Vista l’irrisorietà delle riserve a nostra disposizione, l’obiettivo di tutti dovrebbe essere il risparmio idrico. Del resto anche la parola oro blu, evidenzia come l’acqua abbia acquisito una dimensione economica, di mercato, come un qualsiasi bene. È evidente come, in ottemperanza ai meccanismi di mercato della domanda e dell’offerta, oggi assistiamo ad una crisi idrica che coinvolge non solo molte popolazioni del cosiddetto Terzo Mondo, ma minaccia pericolosamente anche i paesi che non hanno mai conosciuto le reali dimensioni di questo problema.
Innanzitutto, imponderabili fattori di distribuzione geografica hanno un peso determinante nella condizione di scarsità cronica affrontata da taluni paesi: secondo il Pacific Institute(The world’s water2008-2009,2009) l’acqua non è distribuita in maniera omogenea su tutta la superficie del pianeta. La maggior parte di essa, infatti, è localizzata in alcuni bacini in Siberia, nella regione dei grandi laghi in Nord America, nei laghi Tanganika, Vittoria e Malawi in Africa, mentre il 27% delle risorse idriche utilizzabili dall’uomo sono concentrate nei cinque più grandi sistemi fluviali: il Rio delle Amazzoni, il Gange con il Bramaputra, il Congo, lo Yangtze e l’Orinoco.
Eppure, mettendoci abbondantemente del nostro, siamo apparentemente riusciti a creare un serio rischio di penuria di risorse idriche anche nei paesi più sviluppati, i quali – a causa di politiche ambientali discutibili e della crescita demografica- si stanno progressivamente trasformando in aree a forte stress idrico o con scarsità di risorse. A parte le abbondanti quantità d’acqua che quotidianamente utilizziamo per bere, lavarci e annaffiare il giardino, ognuno di noi porta addosso, letteralmente e senza accorgersene, migliaia di litri cubi d’acqua all’anno. Non possiamo vederlo, è vero, ma le cifre dell’impronta idrica che ci lasciamo dietro fanno spavento: un essere umanoesaurisce indirettamente, solamente mangiando, vestendosi e comprando i beni e servizi di consumo, in media 1385 metri cubi d'acqua all'anno, l'equivalente di 8650 vasche da bagno piene.
Secondo il Water Footprint Network, "l’idea di impronta idrica è radicata nel riconoscimento che l'impatto sulle risorse di acqua dolce presenti sul pianeta può essere ricondotto al consumo umano e che questioni come scarsità di acqua ed inquinamento delle risorse idriche possono essere meglio comprese ed affrontate considerando il processo produttivo e la filiera produttiva come una cosa unica". Con queste parole, Il Professor Arjen Y. Hoekstra, inventore dell'indicatore “Impronta Idrica”, intende far riferimento non solo alla quantità d'acqua utilizzata per la produzione materiale di una certa merce (materia prima), ma anche a tutti i servizi processi necessari per portare quest’ultima dal produttore al consumatore (reperimento e trasformazione delle materie prima, imballaggio, trasporto).
Non tutte le nazioni però possono fregiarsi degli stessi consumi: l'area decisamente meno "virtuosa" sotto questo aspetto è quella statunitense (ogni americano consuma, indirettamente, 2842 metri cubi d'acqua all'anno); alla Cina spetta invece il triste primato delle acque inquinate: 360 miliardi di metri cubi all'anno, il 26% delle acque inquinate in tutto il mondo. Nella decade presa in considerazione per lo studio, l'impronta idrica dell'umanità è stata di 9087 miliardi di metri cubi d'acqua (di cui il 74% di acqua piovana, l'11% di acqua di falda o di superficie e il 15% di acqua inquinata). Volumi da capogiro, se consideriamo che la Commissione Mondiale per l’Acqua stima a 40 litri al giorno la soglia minima per ottemperare alle necessità primarie.
Le dispute sull'acqua modelleranno presto gli scenari politici e i futuri economici di intere popolazioni: dal momento accedervi sarà sempre più difficile, il controllo delle risorse rinnovabili rappresenterà uno strumento politico estremamente importante nell’equilibrio mondiale. Tutto ciò ha portato alla presa di coscienza della reale possibilità di vere e proprie guerre per l’acqua nel corso dei prossimi decenni del XXI secolo. Giusto per avere una più compiuta rappresentazione del rischio di scontri in tema di approvvigionamento d’acqua, pensate che ben il40% della popolazione mondiale dipende da risorse fluviali transfrontaliere, e Paesi con irrigazione intensiva, quali Egitto, Iraq, Siria, Turkmenistan, Uzbekistan, dipendono per i2/3da acque provenienti da altri Paesi. Si tratta complessivamente di tre miliardi di persone, il cui bisogno primario non sarebbe per nulla garantito, nel caso scoppiasse un conflitto circa il controllo della distribuzione delle risorse idriche che dipendono da bacini e corsi fluviali “condivisi” tra più entità statali.
E la situazione non è destinata a migliorare nemmeno nel prossimo futuro: l’International Food Policy Research Institute (IFPRI) prevede che, agli attuali tassi di crescita demografica e di consumo idrico, entro il 2025 il fabbisogno di acqua aumenterà di oltre il 50% e la categoria più colpita sarà quella degli agricoltori, in particolare nei Paesi a basso reddito.
Con la crescita della popolazione, si registrerà inevitabilmente anche un aumento della domanda di cibo e, dunque, del fabbisogno giornaliero d’acqua per l’agricoltura e l’irrigazione dei campi, particolarmente in aree sottosviluppate dal punto di vista economico, nelle quali si pagano più alti costi per l’estrazione, la depurazione e la gestione delle acque. Nel suo rapporto del novembre 2011 (SOLAW), la FAOsottolinea come “il diffuso degrado e la crescente scarsità delle terre e delle risorse idriche siano mettendo a rischio un gran numero di sistemi di produzione alimentare chiave in tutto il mondo, costituendo una seria minaccia alla possibilità di riuscire a sfamare una popolazione mondiale prevista raggiungere i 9 miliardi di persone entro il 2050. Per finire, si prevede che il cambiamento climatico andrà sempre più ad alterare le condizioni meteorologiche in termini di temperature, precipitazioni e portata dei fiumi, dalle quali dipende la produzione alimentare mondiale. Di conseguenza, afferma il SOLAW, la sfida di fornire cibo a sufficienza ad un pianeta sempre più affamato non è mai stata tanto grande, specialmente nei paesi in via di sviluppo, dove terre fertili, nutrienti del suolo e risorse idriche sono naturalmente più scarsi.
Come gestire l’inevitabile, fisiologica, crescita del consumo dell’acqua?
Ancora loro, le crude leggi della domanda e dell’offerta: la crescente richiesta d’acqua, e l’assottigliarsi delle risorse idriche, concorrono insieme nell’apprezzare il costo di questo bene, tanto da renderlo paragonabile ad altri beni di “lusso”, quali il petrolio, e l’oro. La riduzione dell’acqua a un qualsiasi bene commerciale, sebbene prezioso, non è la soluzione giusta per garantire a una più ampia fascia di persone la possibilità di usufruirne.
Esistono moltissime ONG, associazioni, enti no profit che lottano per promuovere la consapevolezza della finitezza delle risorse idriche, e dunque incoraggiare best practices nel suo consumo e nella sua gestione. Ne sono un esempio Consiglio Mondiale sull'Acqua(World Water Council,WWC), organizzazione internazionale che si ripropone di sostenere le pratiche di conservazione, protezione, sviluppo e gestione dell'acqua su basi sostenibili dal punto di vista ambientale. Lo stesso Pacific Institute si è al lungo battuto, attraverso numerosi studi e pubblicazione concentrati soprattutto sull’accessibilità all’acqua delle popolazioni più in difficoltà, per mobilitare policy makers di tutto il mondo e per il riconoscimento di un “human right to water”. Ed in effetti, anche grazie al suo contributo (tra l’altro citato in un documento delle Nazioni Unite) nel settembre del 2010 l’UNHRCha adottato una risoluzione vincolante sancendo così “il diritto umano sia all’accesso ad acqua sicura e alla depurazione”. Esistono inoltre agenzie e gruppi di studio impegnati nel condurre approfondite ricerche e di progettare soluzioni sostenibili ed implementabili a basso costo , come si propone l’ITU per mezzo del suo focus Group sulla Gestione Intelligente dell’Acqua.
Nel prossimo futuro, a prescindere dalla retorica, i governi nazionali, dovrebbero seriamente impegnarsi a migliorare la produttività dell’uso dell’acqua in tutti i suoi settori (agricolo, industriale e domestico), ottimizzando il rapporto tra domanda e prelievo. In questo modo non solo si eviteranno gli sprechi nelle risorse disponibili, ma si potranno redistribuire per destinarle all’esigenza delle popolazioni che ancora non hanno accesso all’acqua. Questo obiettivo rappresenterà un primo momento di verifica degli impegni della comunità internazionale verso gli investimenti promessi per una politica di lotta alla povertà, di servizi per i più poveri e per una protezione dell’ambiente in conformità all’Agenda 21, al successivo Protocollo di Kyoto e agli obiettivi del Millennio. Se nel mondo si utilizzassero il 60% delle acque sprecate dall’agricoltura, il 50% perso nelle reti di distribuzioni vecchie o mal gestite – le stime delle perdite degli acquedotti in Italia sono del 40,1% (Comitato per la vigilanza sull’uso delle risorse idriche 2005) – e il 20% delle acque usate nell’industria, in base ai dati del Pacific Institute, si potrebbero recuperare1805 chilometri cubi di acqua all’anno, pari al 48,6% dei prelievi e a 278 metri cubi all’anno pro capite! Si stima che ogni euro non speso per la manutenzione comporti 3-4 euro in costi di manutenzione.
Ce la si potrà fare per il 2015 a centrare l’obiettivo di ridurre gli sprechi e gli squilibri eco-sistemici, in buona parte causati da noi homini sapientes, e a ripristinare un più sano utilizzo delle scarse risorse idriche di cui disponiamo?
Difficile, se si vuol essere realistici. Per centrare l’obiettivo del Millennium Summit, occorrerebbero almeno 60 miliardi di euro entro il 2015; tale calcolo però non prende in considerazione la crescita demografica e la riabilitazione/ricostruzione di impianti obsoleti fino a quella data, nonché il recupero dei terreni agricoli portati al degrado da uno sfruttamento irresponsabile. Sempre la FAO riporta come vaste aree, in tutti i continenti, stanno subendo un’irreversibile perdita della qualità del suolo, seguita dalla perdita di biodiversità e dall'esaurimento delle risorse idriche. Questo fenomeno accade pressoché ovunque: dalla costa occidentale delle Americhe, alla regione mediterranea dell'Europa Meridionale e del Nord Africa, nella regione del Sahel e del Corno d'Africa, e in tutta l'Asia, la minaccia è chiaramente avvertita.
La scarsità di risorse in gioco per raggiungere gli obiettivi del Millennium deve essere superata da uno sforzo congiunto sia dei Paesi più ricchi, nel mettere a disposizione più risorse, sia di quelli più poveri a dedicare maggiore percentuale del proprio prodotto interno lordo (PIL) al settore idrico. Qualcosa si sta già muovendo, come dimostra la recente Conferenza di Montevideo in Uruguay, dove l’ITU e l’UNESCO si sono confrontati il 14 Marzo sui progressi portati a compimento nelle aree urbane e rurali grazie all’utilizzo di tecnologie avanzate e di sistemi di rilevazione all’avanguardia, per permettere un più esteso accesso all’acqua potabile.
E’ vero, l’acqua non è naturalmente distribuita in modo equo sulla Terra. Tuttavia, la circostanza che per questa ragione dovrebbe essere impedito ad alcuni esseri umani di accedervi è un non sequitur. L’acqua è sì un bene, ma un bene comune: lasciarlo alle determinazioni dell’economia di mercato potrebbe seriamente mettere in pericolo la vita di miliardi di persone.
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