08-10-2015

Il patrimonio culturale italiano e la formazione internazionale

E’ spinti dal desiderio di voler essere gratificati che, molti nostri giovani artisti o aspiranti tali, scrittori, architetti e archeologi, desiderosi di trovare un ambiente stimolante e altamente meritocratico, lasciano il nostro Paese. Fare arte in Italia è davvero così difficile?
 
Musei, gallerie, istituzioni culturali, collettivi artistici: l’Italia,culla della romanità, dello sfarzo barocco e del sublime rinascimentale, è il regno dell’arte. Checchè se ne dica, il Bel Paese, dove la maestosità dei palazzi sforzeschi si scontra con l’estro dei disegni di street art,  gioca un ruolo fondamentale nel panorama mondiale dell’arte contemporanea. Milano è sede  del Palazzo Reale oltre che del Museo del Novecento, che offre in rassegna le più importanti tendenze dell’arte moderna, dal Futurismo alla Trasnsavangtruardia. La Galleria Nazionale d’Arte Moderna, con sede a Roma, è un’altra attrattiva,insieme al MAXXI, entrambi  destinati alla sperimentazione e all’innovazione.  Le biennali veneziane d’arte e architettura, il Museo di Villa croce di Genova, il Museo d’arte contemporanea di Napoli, la biennale di Firenze gemellata con la triennale d’India, esposizione più importante dell’Asia, rendono l’Italia uno dei pochi paesi dove pullulano al contempo antichità e acceso progresso che, a tratti sembra  rasentare il surreale. Un composto di freschezza e ostentazione del passato così nutrito che, ingenuamente farebbe credere di poter usufruire di altrettante possibilità di espletare il  talento e con esso di contribuire ad una crescita del nostro paese verso nuove forme d’avanguardia artistica.  Il guru della cultura tuttavia, preferisce bandire  i propri discepoli .
A giudicare infatti dal rapporto “Discovering the archeologist of Italy 2012-2014”, pubblicato dalla Confederazione italiana di categoria, in Italia sembra ostico persino fare l’archeologo.  I dati parlano di 4500 archeologi che operano attivamente in Italia, di cui più di 3500 svolgono la professione fuori da enti pubblici, 400 operano nel Micbact, 371 all’interno del Miur e 86 nel CNR. Archeologi a tempo pieno infatti, sono solo quelli che lavorano per le Università e per il ministero, i “free-lance” invece, dichiarano di essere intenzionati ad abbandonare l’attività o a dover  affiancare all’archeologia un’altra professione per sostenersi autonomamente. Dati avvilenti, che si sommano a quelli riguardanti il ruolo degli enti pubblici che  sembrano fungere sia da ammortizzatore sociale sia da fautore di una crisi che non è solo occupazionale. I dati infatti, dimostrano come diversi siano i siti abbandonati e alta sia la percentuale di scavi gestiti con i finanziamenti di privati stranieri. Lo stesso  Pinucci inoltre , presidente della Confederazione italiana archeologi, ha sottolineato come sia fondamentale garantire un’apertura più immediata ai privati. Puntare sul recupero repentino di siti archeologici attualmente privi di manovalanza, sembra essere la preoccupazione del Presidente che, non esita a osannare qualsiasi modello di cooperazione capace di riportare in vita i tesori d’Italia attualmente figure residuali nel processo decisionale. Rianimare il settore, sarebbe un giusto antidoto al malcontento incentivato dal forte squilibrio fra l’alta preparazione che offre il nostro paese e la difficoltà di impiego. I buoni esempi di gestione del patrimonio da parte di alcune amministrazioni locali e la presenza delle migliori scuole di conservazione infatti, si scontrano con l’incapacità di garantire “possibilità di carriera” e d’apprendimento pratico che sembrano rimanere prerogativa di pochi eletti. E' vero comunque che molti grandi professionisti impegnati nel recupero delle opere d'arte hanno maturato esperienze all'estero dopo una formazione strutturale in Italia. E' il caso dell'articolo di approfondimento.
 A guardare la precarietà attuale, l’Italia sembra aver resettato l’entusiasmo goliardico che animava i fondatori del futurismo italiano e perduto la tempra rivoluzionaria che, brulica dal “Preludio” dello scapigliato Emilio Praga.Nel nostro paese infatti, è difficile  persino fare l’artista a tempo pieno.  Ne è un esempio Francesco Bonomi, oggi curatore d’arte contemporanea di fama internazionale, arrivato a New York con il desiderio di fare l’artista. Bonomi, approfitta del potere della grande mela, baricentro della cultura aperta ad ogni forma di sperimentazione. Diviene direttore artistico del Museo di arte contemporanea di Chicago e contribuisce al rinnovamento culturale della città. Prova ulteriore dell’efficienza del talento italiano all’estero, è Massimiliano Giovani che, appena quarantenne, vanta già la nomina di curatore alla biennale di Berlino. Per lui una formazione biculturale, in Italia e a Vancouver, che gli ha permesso di ottenere l’incarico di direttore associato al New York Museum of Contemporary Art. In America sembrano trovare fortuna anche i nostri musicisti. Arrivano a New York e si rapportano con una realtà eccitante fatta di music clubs e concerti, registrazioni di dischi, collaborazioni con band che andranno in tour in giro per il mondo e festival di musica jazz. Un coacervo di opportunità, attraverso cui diventare musicisti di fama internazionale. New York sembra essere la Mecca della musica: un libro aperto, che permette di convertire l’alta preparazione acquisita nelle prestigiose scuole d’arte italiana, facendo della propria passione una professione a tempo pieno. Meta ambita fra gli artisti italiani, è anche Londra.  La città è sede della Royal Accademy of Art e dell’ Univeristy of arts London Central Saint Martins: due delle più importanti accademie al mondo, la cui missione è quella di fornire strumenti teorici e pratici, che consentano allo studente di catapultarsi nel mondo dell’arte internazionale. 
E’ condivisibile, alla luce di tali  constatazioni, affermare che l’Italia ha perso il ruolo di capitale e centro propulsore dell’arte mondiale? Siamo di fronte ad un suo deperimento o piuttosto sarebbe opportuno parlare di mancanza di opportunità e difficoltà di sfruttare la qualità? Eppure l’Italia continua a sfornare talenti innegabili e a vantare prestigiose accademie d ’arte. L’Accademia delle belle arti di Napoli, il Dams di Bologna e quello di Roma, l’Istituto centrale per il restauro, l’Accademia di Brera, emblema di storia e personaggi che hanno fatto l’arte contribuendo ad accrescere la dialettica fra scienza, lettere e arti figurative, sono solo alcune delle tante eccellenza in campo academico che ha creato e crea ancora il nostro Paese. La formazione italiana, a dispetto di molti, sembra rimanere all’avanguardia, soprattutto grazie alla nostra impostazione umanistica che offre la possibilità di inquadrare i problemi in un’ottica ampia e capace di non cadere in beceri tecnicismi. D’altro canto, la tendenza al  baronaggio sembra farla da padrona, non opponendo resistenza alcuna alla formazione di una cultura per nulla incline al rinnovamento.
Puntare sulla nostra tendenza alla creatività solleverà le sorti dell’arte italiana?
 

                                                                                                                                                                                                                                      Mariangela Rosato

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