06-10-2015

Lo sport al femminile: nuove frontiere per le pari opportunità

 
Il 26 settembre, a Roma, Assist ha organizzato il primo Meeting Nazionale sullo Sport Femminile per discutere dei temi legati alle pari opportunità nello sport e al riconoscimento delle atlete come professioniste. Carriereinternazionali.com ha colto l’opportunità per discutere di un problema tanto importante quanto sconosciuto ai giovani.
 
La nuova programmazione dell’Unione Europea per il periodo 2014-2020, ha sottolineato ancora una volta l’importanza delle pari opportunità di genere, identificandola come main-stream per il Fondo Sociale Europeo.  In Italia, le pari opportunità restano ancora un nodo irrisolto, nonostante gli sforzi legislativi intrapresi. Nella realtà infatti c’è ancora molto da fare e problematiche particolarmente complesse riguardanti le pari opportunità di genere esistono anche in un contesto come lo Sport: si tratta del riconoscimento del professionismo nello sport. In Italia, infatti le donne non sono riconosciute come atlete professioniste.
 
Il primo Meeting Nazionale sullo Sport Femminile è stato fortemente voluto da Assit, Associazione Nazionale Atlete, fondata ormai 15 anni fa da due ex-giocatrici di pallavolo e che trova ora seguito nelle atlete di tutte le discipline. Alla conferenza sono intervenute numerose sportive, dall’attuale capitana del Setterosa Tania Di Mario a una grandissima cestista come Stefania Passaro o pallavolista come Manuela Benelli. Tutte hanno raccontato la loro storia, di come fare sport sia difficile ed è solo la passione che ti spinge ad allenarti e ad inseguire risultati ogni giorno perché l’unica certezza che le atlete hanno è quello che non hanno. Riconoscere uno sport professionistico implica che il rapporto tra società sportiva – datore di lavoro e atleta – professionista venga trattato come un qualsiasi rapporto di lavoro subordinato con tutte le garanzie che ne conseguono e cioè previdenza sociale, fondo pensionistico, assistenza sanitaria e diritto alla maternità. Il problema è stato messo leggermente più in risalto dalla recente finale tutta italiana degli US Open di tennis: chi non si occupa tradizionalmente di sport ha scoperto, con ovviamente non poca sorpresa, che un’atleta come Flavia Pennetta è per lo Stato italiano dilettante.
 
Esiste una legge, la 91/1981, che regola e definisce lo sportivo professionista, includendo oltre agli atleti, gli allenatori, lo staff tecnico e i preparatori, e i diritti/doveri che derivano dal suo rapporto di lavoro equiparato a quello del lavoratore subordinato. Il paradosso, purtroppo tipicamente italiano, è che non vengono menzionate le donne, che sono quindi escluse, e che la legge, per quanto concerne materialmente la distinzione tra agonisti e dilettanti, rinvia ai regolamenti del CONI e delle Federazioni sportive. Nella fattispecie queste ultime non si sono dotate di specifici regolamenti con cui discernere l’attività che si può considerare professionistica, secondo la 91/1981 semplicemente quella che per l’atleta rappresenta la principale fonte di reddito, e quale dilettantistica di conseguenza la legge risulta inapplicabile. Soltanto alcune discipline praticate da uomini sono riconosciute come professioni, il calcio ovviamente, la pallacanestro (solo serie A1), il golf, il ciclismo, il motociclismo e la boxe.
 
Questo fatto costituisce una vera e propria fonte di discriminazione per gli atleti in generale, che, per gli sport individuali, trovano soluzione con l’arruolamento nei corpi sportivi militari. Lo sport italiano è tristemente quello più militarizzato d’Europa. Per gli sport di squadra invece attualmente non c’è soluzione e la differenza tra uomini e donne viene ulteriormente accresciuta dalla disparità dei trattamenti economici. In media, a parità di disciplina, il compenso per un atleta uomo è del 50% superiore rispetto a quello di un’atleta donna. Solo nella pallanuoto si è raggiunta la parità grazie alla battaglia portata avanti con determinazione da Assist.
Uno dei fatti più sconcertante in merito al rapporto di lavoro delle atlete donne è la previsione di una clausola anti-maternità che permette la risoluzione di diritto del contratto. Tutto questo è anti costituzionale. L’articolo 3 della nostra Costituzione recita infatti che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali di fronte alle legge, senza distinzione di sesso […]. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana […]”.
 
In Senato, la senatrice Josefa Idem, più volte campionessa del mondo, oro alle Olimpiadi e ovviamente dilettante, e la vicepresidente del Senato Valeria Fedeli, stanno promuovendo un DdL che mira a modificare l’esistente legge 91/1981 per rimuovere qualsiasi discriminazione tra uomini e donne nel trattamento dell’atleta professionista, il riconoscimento dello status di lavoratore e il reinserimento nel mondo del lavoro al termine dell’attività agonistica. Questo DdL, che va sotto il nome di AS 1996, presentato il 30 settembre in Senato con una conferenza stampa, punta a modificare la vigente legge con lo scopo fondamentale di rimuovere le discriminazioni tra uomini atleti e donne atlete proprio sostituendo negli articoli 2, 3, 10 i rimandi ai regolamenti federali con un rinvio ai principi costituzionali. A ben vedere potrebbe sembrare poco, ma così non è poiché rinviare alla Costituzione istituisce la massima tutela dei diritti.
 
Nel corso della conferenza stampa del 30 settembre è ovviamente intervenuta Josefa Idem, che da campionessa dilettante, ben sa cosa significa non avere diritti. Il suo intervento è energico e appassionato, non si vergogna a raccontare di aver partecipato da puerpera per ben tre volte ai mondiali. Questo sacrificio per non privarsi della sua vita: quella di donna e quella di atleta. Come sostiene la senatrice Idem, il DdL è solo un piccolo tassello di un enorme mosaico, è “introdurre il piede in una porta che si apre su una stanza da mettere in ordine”. Anche la vicepresidente del Senato, nella sua presentazione della legge, è apparsa alquanto determinata: oltre all’assurdità della situazione che chiede di essere risolta praticamente da 34 anni, è impensabile che nel 2015 ci siano ancora casi per cui debba essere usata la parola discriminazione.
 
Ma a breve anche l’Italia dovrebbe adeguarsi al resto dell’Europa, dove il trattamento del rapporto atleta – società non necessita nemmeno di una specifica disciplina perché non si sono posti il problema della distinzione tra dilettante e professionista. Chi fa dello sport il proprio mestiere è considerato come tutti i lavoratori dipendenti. La senatrice Fedeli ha preso l’impegno seriamente, al punto da affermare che il DdL sarà legge per l’8 marzo per festeggiare adeguatamente la festa della donna. La battaglia per ottenere questo diritto per le donne è un po’ come tentare di prendere un raggio di sole, più semplice sapendo come esporsi, ma soprattutto chi si abbronza non toglie niente a nessuno.
 
A cura di Federica Vassalli
 
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